IL REALISMO NELLE AZIONI

Una famosa canzone composta da Still, Crosby, Nash & Young – noti autori (almeno per le persone a me coeve) della scuola della west coast americana – recitava: “If you can’t stay with the one you love……, love the one you with”. Letteralmente: se non puoi stare con la persona che ami, ama la persona con cui sei”.

E’ facile intuire come questa considerazione cantata nel testo della canzone sia immediatamente aggredibile e bollata come “crudele”, “discutibile” o altro, sino al limite dell’apoteosi del “cinismo”; specialmente se applicata in tema di sentimenti, particolarmente preziosi quando si parla di amore.

Tuttavia, riflettendoci bene, racchiude anche una grande verità; la vita deve sempre continuare, ed il punto di ripartenza è proprio il realismo nelle situazioni, la presa di coscienza cioè che qualora qualcosa è impossibile, allora bisogna reagire con i mezzi e le risorse che si possono trovare a portata di mano. Certamente questo principio è figlio anche della cultura pragmatica tipicamente anglosassone dove, contrariamente alla cultura latina,  c’è davvero poco spazio per i retro-pensieri a vantaggio dell’azione, che viene considerata il mantra delle opportunità di scelta.

Di fatto, nella vita in Azienda, questa filosofia “basica” è senza dubbio un elemento da tenere in grandissima considerazione. Non si possono immaginare strategie, piani d’azione o visioni di business che non tengano presente ciò che sia ha concretamente a disposizione – ovviamente nei segmenti di tempo – per realizzare gli obiettivi preposti al management. La filosofia “ Vorrei, ma non posso” rappresenta spesso uno dei più tragici errori che il management – ambizioso, ma poco realistico – compie nella conduzione delle Aziende. Il principio è assolutamente da allontanare nei progetti di turnaround dove, come spesso ripetuto, le risorse a disposizione sono per definizione scarse e poco qualificate.

Bisogna quindi agire sulla base di quello che si ha a disposizione; applicando molto realismo e concretezza, anche al limite del cinismo, perché in questo caso è ammesso e comunque auspicato. Ciò non toglie che bisogna altresì porsi il problema di come, e quando, poter innalzare il valore delle risorse a disposizione – per esempio le competenze delle risorse umane, oppure i flussi di cash-flow disponibili, etc – sempre al fine del perseguimento degli obiettivi aziendali. I risultati, o le performance meglio descritte, discriminano le capacità e le competenze del management; il giusto rapporto tra risorse impiegate e risultati attesi.

Non si potrà ottenere nulla di buono se il realismo non sarà contemplato e tenuto in debita e necessaria considerazione.

Ecco quindi perché  “…love the one you with”” può rappresentare un messaggio di management da non sottovalutare, bensì da tenere sempre in chiaro nella bussola di pensiero della professione manageriale.

Creatività

La creatività è forse il concetto che più si presta alle molteplici interpretazioni e definizioni. Pensatori e filosofi, uomini di scienza, uomini di arte e cultura, sino ai guru del management, hanno fornito la loro versione del pensiero creativo; certamente tutte condivisibili ed esaustive, ma anche orientate ai singoli scopi o provenienze culturali per cui è stata definita.

È importante per ciascuno tentare una definizione di creatività , oppure condividerla tra le varie disponibili, perché è altrettanto fondamentale stabilire – ciascuno per se stesso e a valore della propria sensibilità – una determinata “bussola” di comportamento verso le nuove idee oppure verso le soluzioni innovative  ai problemi contingenti.

Anche nella prospettiva di sguardo verso il futuro, una dimensione oggettiva di creatività può aiutare nella mappa di pensiero orientata ai nuovi obiettivi; una sorta di road-map mirata all’infinito  cosmo delle idee e delle opportunità, che potrebbe facilitare le comprensioni o le intuizioni strategiche.

La mia personale definizione, quella cioè che sempre mi accompagna nelle decisioni manageriali, mi fu suggerita da un coach giapponese nel corso di un seminario formativo: egli definì la creatività come il “superamento della barriera dell’ovvio” , ed accompagnò questa frase con un esempio, per me illuminante, che a grandi linee così questionava ” perché una lampadina deve essere avvitata ad una lampada e non potrebbe essere incastrata a pressione?”.

Questa idea fu in grado di definirmi chiaramente il concetto di ” pensiero laterale” – tecnica peraltro  ampiamente applicata dai teacher americani nelle business school di marketing e management – che sicuramente mi ha molto aiutato nel cercare nuove soluzioni, non convenzionali, alle opzioni che avrei dovuto risolvere in Azienda. Partendo dagli obiettivi da raggiungere, prendendo atto dei vincoli in essere, valutando i tempi e le risorse disponibili , il pensiero laterale diviene spesso la soluzione più brillante, e non infrequentemente  anche la più semplice, per centrare la soluzione migliore.

Una seconda regola, anch’essa ampiamente dibattuta e condivisa dall’osservazione della realtà empirica, stabilisce che nel ventaglio delle opzioni disponibili per la soluzione di un problema, generalmente quella più semplice rappresenta anche quella più giusta e più efficace. E’ forse la logica mutuata dalle popolazioni, o classi sociali, più semplici, dove la cultura elementare e le tradizioni tramandate verso i rimedi  raggiungono spesso le soluzioni anche a problemi più complessi.

Mi piacerebbe che i Lettori di questo articolo potessero avviare uno scambio di contributi sulla definizione di creatività; sarebbe utile per miscelare esperienze e metodi, forse più innovativi ed efficienti di quello sopra proposto e da me adottato.

INNOVAZIONE ED INCERTEZZA

Dirigere una Azienda con una visione di lungo periodo – caso del tutto normale rispetto a quando  ci si trova alle prese con un progetto di turnaround, nel quale l’ottica deve essere di solo breve e medio periodo – richiede disciplina ed un certo grado di coraggio; forse di più, è richiesta una profonda fiducia in un futuro migliore.

Peter Drucker, il precursore dell’arte del management, coniò una famosa espressione, ormai nota a tutti i manager apicali “ I risultati si ottengono sfruttando le opportunità, non risolvendo i problemi”. I bravi Manager devono destreggiarsi tra i vincoli della strategia e le restrizioni del modello di business della propria Azienda; oltre alle limitazioni imposte dai vincoli di budget, ed in generale di tutti i fattori della produzione. In assoluto però ogni limite imposto dovrebbe  rappresentare per il management altrettanti stimoli, in grado di far lievitare la creatività e l’ingegno.

Certamente ogni decisione di management può prendere pieghe diverse – altrimenti il futuro sarebbe noto, ma purtroppo la tecnologia ancora non ha compiuto questo  miracolo! – però forse è proprio questo l’ elemento che meglio definisce le caratteristiche di una decisione. Si è obbligati a prendere scelte oggi – e quindi ad impegnare risorse – a fronte di risultati incerti proiettati nel futuro prossimo. Per questo motivo il “coraggio” e la “visione” necessarie ad un Manager sono assimilabili a quelli dell’ “Imprenditore”; questa proiezione di ruolo è stata ampiamente studiata dai cultori dell’Arte Manageriale, a tal punto da definire un nuovo titolo di professione, l’Intraprenditore. Una crasi tra i due vocaboli di provenienza che descrive  sinteticamente le funzionalità ed i geni che deve possedere un moderno top-manager di successo.

L’unico elemento a disposizione per la  discriminazione tra le opzioni per una decisione è l’Informazione; tanto più è accurata e mirata e tanto più una scelta sarà appropriata, con l’ovvio “impermeabile” costituito dalla prudenza e presenza di un Piano B.

Specialmente nelle decisioni verso il futuro di lungo periodo, dove maggiore è il rischio ma anche maggiore la possibilità di modificare sorti e futuro della propria Organizzazione, le informazioni assumono un ruolo imprescindibile. Qualsiasi scelta deve essere supportata da valutazioni quali-quantitative, in grado di almeno soppesare il margine di errore e quindi di rischio imprenditoriale correlato.

Le grandi visioni hanno modificato gli stili e le consuetudini del nostro vivere quotidiano, dobbiamo quindi valorizzare il coraggio di quelle Persone che hanno fatto innovazione rischiando il fallimento o l’insuccesso per inseguire un “sogno”; una immagine proiettata nel futuro, senza la quale l’Uomo probabilmente non sarebbe mai uscito dalle caverne. Per mezzo poi delle informazioni disponibili si è poi innescato un processo virtuoso a spirale, dove le sintesi su altre progettualità hanno moltiplicato sforzi ma anche risultati.

Da respingere quindi i detrattori che sostengono che “ I manager conoscono il prezzo di tutto, ma non il loro valore”, perché è proprio dall’idea di valore che l’innovazione prende spunto; nessuna espressione di creatività sarebbe possibile se non fosse accompagnata da un preciso concetto di utilità e valore per i Clienti. Solo dopo aver compiutamente risposto a questi fondamentali quesiti, sarà possibile organizzare risorse e strutture per realizzare in concreto le progettualità.

L’idea “giusta” può essere in ogni angolo; così come non è detto che il visual migliore per una campagna pubblicitaria debba arrivare dalla più grande agenzia di pubblicità. Basta saper valorizzare le idee, cercandole con curiosità ed attenzione in ogni istante e luogo della nostra vita; chissà che non arrivi, da dietro l’angolo, quella giusta………….!!!

L’IMPORTANZA DEI NUMERI

Le performance aziendali devono necessariamente essere misurate, per poi essere valutate, affinchè si possano intraprendere le conseguenti azioni manageriali; lo strumento unico per questi processi sono i “numeri”.

In Azienda normalmente esistono tantissimi numeri a disposizione, spesso scollegati tra loro, che solo parzialmente vengono utilizzati per determinare le conseguenze a cui sono preposti. Spesso sono a vantaggio solo di poche funzioni aziendali che, sfortunatamente, non dialogano tra loro con l’obiettivo di condividere problemi e linee di soluzione per il comune bene aziendale; si realizza così una specie di arcipelago di microcosmi interfunzionali, nel cui ambito i numeri creano più divisioni che momenti di aggregazione.

Quindi un primo obiettivo del top-management è quello di creare un “set” di informazioni (normalmente denominato Management Account Pack – MAP) periodicamente aggiornate, che rappresenti la base di lavoro per tutto il management aziendale; certamente i pilastri sui quali si fondano le risultanze di una Società sono i Ricavi, i Costi, i Profitti ed i flussi di cassa. Tutti gli altri elementi sono di contorno e migliore comprensione, ma le basi imprescindibili sono racchiuse nel precedente elenco.

La vera abilità del management sta nell’attribuire significato ai numeri, non nel calcolarli; ovviamente si deve conoscere come il numero è stato ottenuto per comprenderne il corretto significato. Naturalmente per trasformare un dato in una informazione è necessario inserirlo in un “contesto”, dando il quadro di insieme in cui esso si è realizzato e come, pertanto, potrà modificarsi.

I numeri non mentono mai e rappresentano spesso, anche crudelmente, delle realtà scomode che vanno comprese ed affrontate a viso aperto. Un buon management deve possedere profondo rispetto e principio di serietà verso il numero – ho assistito tante volte a manager affermare che determinate evidenze numeriche erano “impossibili!!” – perché solo in questo modo sarà possibile avviare il processo di produzione intellettuale delle soluzioni, sempre nell’ottica di perseguimento degli obiettivi aziendali.

Sempre in tema di evidenze numeriche, vale anche la pena di tenere bene a mente una frase attribuita ad Albert Einstein “Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato”. Ciascuno può attribuire a questa frase un proprio significato, secondo la propria sensibilità; il mio è quello di estrazione “filosofica” secondo cui il numero, freddo ed impersonale, deve essere profondamente arricchito con i valori – il contesto appunto – nel cui ambito essi si materializzano. In sintesi significa che la sola razionalità non può completare l’analisi e le ragioni di fenomeni più complessi dove l’Uomo è protagonista e Altrui.

Dovrebbe essere vero. Un buon Manager prima di essere un eccellente professionista deve essere un grande Uomo; questo forse è il significato che A.Einstein ha voluto passare ai suoi posteri…………………!!