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La giostra della vita

La natura non deve farsi bella; ha già in se’ tutte le emozioni che l’uomo può percepire ed ammirare.
Paesaggi e dettagli sono da sempre stati oggetto di raffigurazioni e scatti fotografici da parte di Artisti di ogni epoca e parte del pianeta. Ora, però, la Natura è in pericolo, perché l’Uomo stesso la compromette e la devasta: dimentica inoltre che la Madre Terra è la fonte di vita e di futuro per se stessi e le future generazioni. La grande Giostra della vita è ormai in pericolo, dove il percorso circolare degli elementi non potranno più garantire lo sviluppo armonico e sostenibile delle prossime vite. L’inquinamento, il degrado, lo sfruttamento esagerato delle risorse primarie, ma anche l’assenza di una cultura equilibrata e consapevole, stanno creando guasti irreparabili alla nostra Giostra.  Denuncio questo contesto dissacrante e stimolo la nascita di una nuova emozione culturale fondata su paradigmi che i nostri padri per ultimi hanno amato e rispettato; dall’emozione nasce, e si diffonde, una nuova energia di responsabilità solidale.

GREEN ECONOMY E MANAGEMENT

Per quanto di mia visione e competenza, tenterò di dare una struttura alla espressione GREEN ECONOMY, intesa come nuova realtà di business nella quale il management dovrà, con sempre maggiore intensità, articolare le sue scelte e le sue proiezioni strategiche.

In primo luogo devo subito sgombrare il campo da una sensazione di “contrapposizione” con quella che è la visione tradizionale; al contrario, sono convinto, ci sia una decisa inclusione delle diverse prospettive.

I punti di partenza della mia idea sono fondamentalmente DUE. Il primo è una netta distinzione tra “Ambientalismo” (che io intendo come salvaguardia dell’ambiente naturale – in grande e stingente sintesi) ed “Ecologismo”, che io intendo come concetto allargato alla Trasparenza, alla Legalità, alla Tutela delle regole e della concorrenza, alle Relazioni interpersonali virate sulla tutela dei beni comuni, alle soluzioni anti-inquinamento, etc. I due concetti sono, per definizione, “complementari” e pertanto osmotici.

La seconda idea è strettamente correlata al concetto di ECONOMY; trattasi di economia della crescita e dello sviluppo finalizzata alla “creazione di valore”, avente come obiettivo determinante il benessere delle collettività, del sistema economico e delle generazioni future. E’ principio ineludibile che la “produzione” che a sua volta crea VALORE – nel senso più ampio dell’espressione – altera l’equilibrio della natura e delle risorse disponibili. E’ solo in questo contesto che prepotentemente deve essere inserita la filosofia GREEN.

Quindi, date le mie premesse, Green Economy significa:

  • Approvvigionamento delle Materie Prime mediante il RICICLO (siamo in Europa gli ultimi in questa soluzione), per limitare l’impoverimento dei beni primari presenti in natura.
  • Il RIUTILIZZO, mediante processi che       favoriscano la multi-utilità di valore dei beni prodotti e disponibili verso la soddisfazione dei bisogni collettivi.
  • La ricerca di materie prime RINNOVABILI, affinchè il bilancio ambientale possa, ancorchè in tempi disallineati, ricercare il suo pareggio a vantaggio delle future generazioni.
  • La creazione di auto-Energia, auspicabilmente con un surplus da mettere a servizio della collettività, oltre che della produzione stessa nella creazione del valore.
  • L’adozione di misure anti-inquinamento ambientale; secondo la norma aurea definita dall’Europa che “chi inquina, paga”.
  • L’adozione di misure a favore delle mobilità ambientali; alle volte, nella mia concreta esperienza, basta porre una rastrelliera per bici nei parcheggi per invogliare la gente ad utilizzarla abbandonando i mezzi a motore.

Potrei fare ancora una ampia lista, ma credo che il concetto sia sufficientemente chiaro. Queste componenti, unitamente ai principi fondamentali (Legalità, trasparenza, etc), possono davvero modificare la struttura e la dimensione di quanto e come si può creare RICCHEZZA e LAVORO. Perché senza crescita, MAI ci potrà essere lavoro e benessere e/o innalzamento degli standard di vita: dobbiamo però farlo nel rispetto dei principi ambientalisti ed ecologisti; questa è GREEN ECONOMY.

La domanda successiva è: CHI PAGA? Dove cioè si ricercano le risorse?

La risposta è ovvia: sia il PUBBLICO che il PRIVATO. Il Pubblico dovrebbe fornire incentivi/investimenti, politiche industriali ed economiche coerenti, il Privato deve ragionevolmente remunerare il Capitale (inteso come Fattore della Produzione) investendo anche nella creazione di valore, all’interno delle definizioni di bene comune e collettività ambientale.

E’ del tutto evidente come un tessuto industriale come quello italiano fondato su piccole e medie aziende ormai costruite in concomitanza con il boom economico degli anni ’60 e quindi obsoleto e non rispettoso di materiali, regole/norme e soluzioni oggi consolidate (al contrario, ancora è notevole tuttoggi il problema dell’amianto, considerato in quegli anni come l’ideale per coperture di strutture industriali), sia di difficile ed onerosa riconversione: tuttavia è possibile, come dimostrano le evidenze dei Paesi nord europei, per mezzo di una seria programmazione abbinata ad una incentivazione pubblica di medio-lungo periodo.

La mia concezione NON esclude la concezione classica, come detto, anzi credo che la contempera rispetto a quello che io considero – come espressamente dichiarato nella nostra Costituzione – un valore individuale imprescindibile: il LAVORO. Le risorse Pubbliche di investimento,

dovrebbero essere canalizzate DOVE esse possono maggiormante creare Lavoro e Valore; solo in questo modo, per mezzo delle necessarie tassazioni del valore aggiunto creato e dell’aumento dei consumi (derivante dalle migliori condizioni di vita delle persone) si innesca il principio virtuoso di crescita e quindi di aumento delle risorse disponibili, sia per il Pubblico che per il Privato.

E’ questo il tema centrale sul quale il Mondo si interroga con i suoi economisti; trovando anche soluzioni “creative”, come le ricette giapponesi ed americane, in opposizione a quelle restrittive adottate dal FMI.

E’ inoltre questo il nuovo scenario nel quale si misura il management, chiamato alla creazione di valore dell’impresa ma con un chiaro vincolo “sociale” , ancorchè la globalizzazione dei mercati e delle aree di produzione ancora non rendano rapportabili gli sforzi e le efficienze comparate; al contrario, le storture asiatiche rappresentano oggi una vera versione di concorrenza sleale verso i sistemi industriali occidentali che si pongono i vincoli “green” affontandone i relativi costi di investimento e tutela.