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EPPUR SI MUOVE…..

Il tema di questo frame del blog è deliberatamente provocatorio circa l’attitudine all’immobilismo che, in ripetute occasioni, ho segnalato e bollato come il “peggior nemico” dell’attività manageriale. E questo non solo perché la parola Manager deriva dal verbo inglese to manage = gestire; e quindi si desume dalla stessa come l’agire sia l’essenza della gestione d’Impresa e quindi dell’attività del management.
S. Francesco d’Assisi disse: “Fa prima il necessario, poi il possibile e improvvisamente riuscirai a fare l’impossibile”. Concetto sicuramente didascalico, ma comunque completamente rivolto all’azione; dove l’Uomo si dovrebbe sempre porre al “centro”, per modificare lo stato dell’esistente. In altre parole l’Essere Umano deve porsi degli obiettivi, affinchè non debba “subire” le poliedriche situazioni che ci propone il destino; al contrario, forse con la focalizzazione sull’agire si può contribuire realmente alla creazione di un nuovo destino.
Come in moltissimi aspetti, il management d’Impresa non può discostarsi di molto dalle usuali attività umane di tutti i giorni, incluse le sue dinamiche e le sue logiche. Certamente in Azienda – è importante ammettere – si possono verificare delle situazioni nelle quali la migliore reazione è l’immobilismo: stare fermi per evitare di “rincorrere” gli eventi, ma normalmente sono situazioni tattiche prevalentemente legate al tempo di reazione. Alle volte è più conveniente attendere il “passaggio” degli eventi, prima di adottare le più opportune contromisure, anche se io personalmente ho caratterialmente caratteristiche più “interventiste” e quindi mal sopporto i periodi d’attesa. Nonostante ciò devo riconoscere, non fosse altro per un mero principio di prudenza, che le convenienze possono essere nemiche del mio primo istinto. Rimango tuttavia convinto che, pur innalzando la pazienza e la riflessione a caratteristica di pregio di un buon Manager, la risoluzione di problemi debba sempre avvenire con tempestività e senza esitazioni temporali dilatorie.
Nella mia esperienza in Azienda mi è capitato di notare come l’azione sia spesso “superata” dalla parola; nel senso che si aprono ampie discussioni sui temi all’ordine del giorno, ma poi nessuno prende la concreta iniziativa – ancorché dopo la necessaria sintesi verbale e di pensiero – di concludere e tradurre i processi in azioni. Anche questa fattispecie (che sono certo sia capitata a tutti) è catalogabile come immobilismo: anzi appartiene ad una delle categorie più deleterie, quella dell’espressione “ Ve lo avevo detto che …” , che conduce ad una urticante irritazione postuma rispetto ai tempi ed ai modi dell’esecuzione. Sono tanti i Personaggi in Azienda che applicano mirabilmente questa tecnica; d’altra parte è quella più semplice, perché agire spesso vuol dire “nuotare contro corrente”, e quindi accettare rischi e responsabilità che i “pavidi ed improvvidi” non possono (o non vogliono) assumersi. Quindi è giusto e virtuoso attribuire una chiara supremazia al Fare piuttosto che al Dire: è indubbiamente preferibile una scarna comunicazione piuttosto che una mancata azione. Soprattutto perché poi i risultati si misurano sui fatti e non sulle parole; sembra scontato e lampante, quasi lapalissiano, ma se ciascuno di noi si sofferma un secondo sul pensiero, si accorgerà che di tali similitudini la vita in Azienda ne è floridamente costellata!
La saggezza orientale (Confucio) osserva: “E’ meglio accendere una candela che lamentarsi dell’oscurità”.
Il detto tocca un altro centro nodale del problema relativo all’immobilismo: quello relativo cioè all’incapacità di agire. In Azienda si deve necessariamente tenere conto anche di questa possibilità, dove l’immobilismo è dettato dall’ignoranza (nel significato latino di non conoscere) oppure (peggio) dalla paura all’agire. In questi casi – chiarito preliminarmente se si è in presenza di buonafede o di malafede – il management è chiamato obbligatoriamente ad intervenire. Gli strumenti sono i più diversi – come è facile intuire – ma certamente vanno messi in campo. Poi, risolta la situazione, sarà necessario ripensare al modello organizzativo in maniera più strutturale e di lungo periodo, per evitare che quella contingenza si ripeta in futuro.
Perché il titolo di questo articolo è “Eppur si muove”? Perché un Manager – che ho conosciuto in passato – era stato soprannominato dai suoi Direttori proprio con quell’appellativo: riprendendo Galileo Galilei, volevano sbeffeggiare il suo incauto immobilismo, che tutti irridevano ma non senza un pizzico di evidente preoccupazione.
Oggettivamente non era un bel nickname; ma anche Lui, con altrettanta sincerità, valeva davvero poca cosa!

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