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“J’ SO’ MANAGER”

Quando si parla di management ci si riferisce generalmente a quelle tecniche che vengono messe in campo per condurre una Impresa. Nella letteratura specializzata in alcuni casi si può trovare anche la definizione – per la verità in modo abbastanza timido – di forma d’arte. Se così fosse, penso che ci si potrebbe trovare innanzi a dei capolavori, spesso di riferimento culturale o comunque facenti parte del concetto di bellezza, che ogni arte in sé contiene. Ma dato che nel management ciò è impossibile, perché qualsiasi “storia” di successo è comunque irripetibile per via delle concause che l’hanno determinata, di cui certamente il management può aver assunto un ruolo determinante, ma certamente insieme ad altri fattori contingenti e mai più riproponibili, allora credo sia meglio parlare più propriamente di disciplina.

Un altro significato di management è utilizzato per descrivere la corporazione, la casta, i ruoli apicali, oppure i contenuti sociali, civici o economici che la posizione del Manager per se stessa contiene.

Mi capitò, in un tempo ormai terribilmente remoto, di dare un ordine ad un Manager – perentorio e senza appello, perché dettato da una mia furiosa determinazione –  per lo svolgimento di un compito di elementare banalità. Certamente lo stesso lavoro lo avrebbe potuto agevolmente compiere anche un semplice impiegato di terzo livello, peraltro senza particolari difficoltà o patemi. Il fatto scatenante la mia irritazione, fu l’atteggiamento di “sufficienza” che il Manager non tardava mai di mostrare in qualsiasi situazione egli fosse direttamente coinvolto in quella Azienda.

J’ sò Manager!” fu la sua risposta all’ordine impartito, con una cadenza tipicamente campana: la sua faccia sembrava oltraggiata, inaspettatamente offesa, oltre che tratteggiata da un sorriso ostile, quasi un ghigno.

Capii subito che il vero problema era, nel suo vissuto, quello di aver “toccato” la sua sensibilità di Capo; secondo la quale non era concesso, o contemplato, il fatto di eseguire attività “umili”, senza quindi contenuti di intellettuale rilevanza; una specie di “demansionamento” spirituale che a suo modo diveniva inaccettabile. Era inoltre una forma di mancanza di rispetto verso la sua posizione; una minaccia esplicita nei confronti della sua leadership, peraltro compiuta apertamente agli occhi dei  sottoposto, i quali avrebbero potuto trarne conseguenze di giudizio e di complessiva valutazione professionale.

Ebbene, quella modesta reazione mi consentì di fare una profonda considerazione, che poi mi tornò utile per tutta la mia futura carriera: era quello il limite più estremo dove un Manager NON dovrebbe mai arrivare.

Il fatto di sentirsi “superiore”, di non avere l’umiltà di “sporcarsi le mani” in attività semplici sul presupposto di avere il titolo per delegare a ruoli gerarchicamente subalterni, ma anche l’arroganza di sentirsi “arrivato” in cima alla piramide organizzativa perché trasportato da chissà quale “ascensore sociale”, ebbe la facoltà di farmi comprendere la dimensione esatta di come non è giusto e corretto interpretare il ruolo di un Manager. Probabilmente il “guardarsi allo specchio” in simili frangenti, e scoprire di essere (o di sentirsi) diversi, restituisce la giusta chiave di lettura della propria immagine; della posizione e delle responsabilità contenute nel proprio mestiere.

Certamente i dettami di buon governo di una Azienda, che provengono dalle prassi consolidate del management, sono prevalentemente applicate nel business privato; con tutte le dovute eccezioni di carattere individuale oppure territoriale. Infatti è raro – direi sporadico – trovare le stesse cognizioni professionali applicate nei settori pubblici: dove invece sarebbero estremamente utili, visto che le missioni aziendali sono quelle di fornire servizi efficienti ai Cittadini. L’esperienza all’estero è purtroppo decisamente migliore; infatti anche nei settori della Pubblica Amministrazione i principi di efficienza/efficacia nella gestione vengono (quasi) sempre regolarmente applicati a vantaggio della collettività, che rappresenta il più importante stakeholder di tali Istituzioni.

Se dovessi riassumere in uno slogan il mio pensiero, direi che un Manager non deve essere “solo” un Capo-Ufficio; nella accezione vecchia e superata che abbiamo “sbirciato” per mezzo dei nostri Padri e che, mirabilmente, ha così reso ridicola la saga comica di Fantozzi di P.Villaggio.

Essere Manager vuol dire altro. Significa forse il saper misurare costantemente la “temperatura” delle nostre responsabilità, alla luce degli obiettivi che la collettività aziendale ci richiede di assumere.

(a puro titolo di cronaca, il Manager campano di cui sopra durò in Azienda lo spazio di un mattino; fu liquidato in brevissimo tempo e, guarda caso, NON svolse mai il compito che io gli assegnai. Casi della vita!).

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