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LA TECNICA DEL DISSENSO

Immaginiamo una riunione, diverse Persone intorno al tavolo, un problema al centro e la necessità di uscirne con una soluzione.
E’ una immagine abbastanza frequente in Azienda, così come la possibilità che in un regime di “democratico” confronto, le opinioni dei Partecipanti siano contrastanti e spesso opposte. In questi frangenti entrano in primo luogo in campo le tecniche di comunicazione; saper esprimere chiaramente le proprie opinioni verso le soluzioni, è certamente un aspetto che non si può sottovalutare. Dall’inizio del proprio intervento – evitando qualsiasi tipologia di bruciante NO verso gli Altri – sino alla tonalità di voce in abbinamento con il proprio body-language, devono permettere di non creare immediatamente nel consesso un clima di aperta e palese conflittualità che renderebbe tutto più difficile, perché l’aggressività necessariamente tocca le leve personali, spesso mettendo in secondo piano i problemi sui quali si è chiamati a dare soluzioni concrete.
Aldilà quindi dei sacri crismi comunicativi, il punto centrale è quello di tentare di affermare la propria opinione rispetto a tutte le altre in campo. Il primo passo è sicuramente l’ascolto; infatti in qualsiasi idea, ancorchè opposta alla propria, c’è sempre un concetto, un dato oppure una teoria (anche parziale) che merita di essere presa in considerazione. L’abilità deve essere proprio quella di “includere” questi aspetti favorevoli – anche in modi espliciti, nominando l’autore – per poi far convergere (anche, ma non troppo, manipolando i sensi compiuti) queste indicazioni all’interno del proprio punto di vista.
Questo esercizio ha il vantaggio di “smussare” eventuali obiezioni – non fosse altro perché si è dato atto di ragioni avverse, anche se in modo parziale – oltre a realizzare un “coinvolgimento” emotivo ed intellettuale delle opinioni contrastanti indirizzandole verso le proprie.
In queste situazioni normalmente le premesse di introduzione sono abbastanza articolate e quindi vanno “compensate” con sintesi fulminanti e molto coincise; non solo perché si evita così il rischio di divenire prolissi, ma soprattutto perché lo slogan conclusivo rimane maggiormente impresso negli interlocutori, confinando le possibili alternative di confutazione ad un unico concetto “blindato”.
Il tutto, sembra chiarissimo nella pratica, perché normalmente risulta “vincitore” colui il quale sa per primo esaurire le obiezioni in campo; il silenzio degli altri Partecipanti è l’implicito riconoscimento della supremazia dell’ultima argomentazione in campo. Se si passasse in votazione – anche solo a giro di tavolo di assenso – le Persone sarebbero “costrette” al segnale favorevole, non fosse altro per carenza di valide alternative.
Certamente il Leader avrebbe poi l’ultima parola, ed egli potrebbe completamente stravolgere il giudizio nella decisione finale, così come logico e doveroso; rimarrebbe però il “sapore” di aver dimostrato la supremazia delle proprie idee, con dei riconoscimenti che sicuramente produrranno effetti o in altri contesti oppure nel medio-lungo periodo di permanenza in Azienda.
Un corollario che sembra inoltre importante sottolineare è quello che chiunque debba tentare di proporre le proprie visioni, dovrebbe partire mettendo in secondo piano le proprie competenze specifiche svolte all’interno dell’organizzazione (i.e. Marketing, Produzione, Amministrazione & Finanza, Commerciale, etc), per dare subito campo a quelle diverse; per poi entrare nella sintesi della propria specialità solo quando l’idea deve essere correttamente orchestrata, definita e proposta.
Può sembrare una partita a scacchi, oppure un machiavellico sistema di architettura del cinismo, ma in realtà è semplicemente un metodo; finalizzato a far condividere le buone soluzioni, sempre nel caso nel quale il bene supremo sia l’Impresa e non gli interessi particolari, e le stesse siano convintamente le più corrette rispetto al problema in asse rettilinea rispetto alle altre in gioco.
Nella mia personale sensibilità, una posizione che amo evitare è quella dell’astensione: non credo infatti mai bello il non esprimere una opinione, casomai è preferibile associarsi ad una non propria, ma mai evitare di prendere una posizione. Si rischia la “neutralità” intellettuale che è sempre un rischio, oltre che una forma di oltraggio alla propria intelligenza.
Vorrei concludere con un pensiero, forse distante dal tema, ma non credo molto: chi ama il proprio lavoro, non lavorerà mai più nella vita. Significa, nel caso di un Manager, che la “proprietà intellettuale” del proprio lavoro non potrà mai far pesare le responsabilità e gli oneri del ruolo; la “bellezza” di realizzare le proprie idee, è il vero carburante per superare ogni difficoltà.
Per questo sogno, invero, si è disposti a sacrificare anche oltre il dovuto; e si pagano i cari prezzi.

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